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Ho sempre vissuto in case incompiute, perennemente immerse nei lavori in corso, almeno fin da quando ho lasciato la casa dei miei genitori. Nella fase iniziale dei trasferimenti lavorativi di mio marito, abitavamo in alloggi temporanei; già il solo termine foresteria evocava in me un angosciante senso di precarietà. C'è stato l'appartamento di Chiavari, troppo piccolo per le nostre necessità ma sempre gremito di vita, e la bella casa di Lodi, che però sentivo priva di anima, forse perché rifletteva la mia stanchezza. Poi c'è stato il magnifico, ma scomodo, attico di Modena, con i suoi vasti terrazzi e quell’impronta architettonica anni Ottanta: tutto salotto e stanze anguste sparse intorno. E infine, la piccola e meravigliosa mansarda torinese, appartenente a mio marito, che avrei davvero desiderato fare mia. Quella era quasi perfetta.   La decisione di dare stabilità a nostra figlia ci spinse ad acquistare un appartamento nella storica Mutina, vicino al centro e comodo per...

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