Quando " la fatica di guardarsi allo specchio è quella di dover corrispondere al nostro ricordo migliore"

Assonnata, ma incapace di continuare a dormire, alle tre, l'ora in cui ci si dovrebbe sentire pericolosamente soli con sé stessi, così dicono gli psicoanalisti. Lo ripete spesso Paolo Crepet, lo ascolto con curiosità, anche se a volte sembra ovvio, ma è vero che dietro a quell'ovvio, si nasconde ciò che sfugge. Succede anche quando leggo il Dalai Lama, o Tich Nat Han, o sorrido con Giacobbe: quella semplicità che si ignora e che apre una visione diversa.
Comunque, in quest'ora in cui dovrei essere sola con i miei pensieri e invece no, perché ho una terrier sociopatica che elemosina grattini, sono davanti allo specchio del bagno, quello messo troppo in alto per il mio metro e nulla: riflette un taglio corto, sbarazzino, molto simile a quello di troppi anni fa. Corti, lisci. Per le prossime 36 ore, rimarranno quasi ordinatamente dritti, poi torneranno alla forma schizofrenica, che mi è solita
Che sciocchezza, parlare di questo, si dirà, eppure no. Quando cambio taglio, in realtà è perché sto cercando di dare una linea diversa anche alla mia vita. L'ho sempre fatto: ogni presupposto di cambiamento era preceduto da un radicale taglio di capelli o di colore. Ci giocavo anche. Un mio antico datore di lavoro, mi chiese di avvisarlo per tempo, per evitargli traumi da lunedì mattina. Io cercando di indirizzarmi, alleggerivo la mia massa di capelli, mi dicevo che arieggiavo i pensieri.
Non tutti sono pronti a recepire i cambiamenti, qualunque essi siano, ma per quanto mi riguarda c'è stato spesso un rifiuto sistematico,  per me incomprensibile da parte di amiche o di parenti e affini di vario grado. 
Tagliavo, tingevo, ingrassavo, dimagrivo, non andava mai bene nulla. Sarei dovuta essere sempre simile a quello che  avevano idealizzato di me. Criticavano, anche malamente,  ma al di là dei kg in più o in meno, di un riccio allungato o un taglio estremo, c'ero sempre io, con gli anni che pesavano su di loro e su di me.
Succede anche oggi. Ho lasciato questa città quando ero una giovane donna, poco più che ragazza, ci sono ritornata dopo tanto, con un enorme carico di bagagli, di esperienza, di anni, ma capisco che la lontananza ha impedito di seguire quello che è un normale processo
Le mie inquietudini sono le solite, ma ora hanno un nome
Una prediagnosi, che dovrebbe essere ratificata, ma non sono sicura di volere chiedere. Non ha più senso, a questo punto. Non ne ho più voglia, soprattutto. 
La mia normalità, continuerà ad essere quella che per altri è stranezza

Invece allo specchio? Anche per me, ovvio come per De André, 
*la fatica di guardarsi allo specchio è quella di dover corrispondere al nostro ricordo migliore*

Tutto qui, per tutti
























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