CONNESSIONI
"Mi chiami, per favore? Non riesco a trovare il cellulare?"
Quante volte ci si ritrova a ripetere queste parole? Nel mio mondo di caos e disordine, molto spesso
Gli ultimi utilizzi del telefono fisso, ormai non più allacciato, era proprio per potersi chiamare, salvo ritrovare il cellulare, proprio dove avrebbe dovuto essere, nella borsa alla Mary Poppins, ma, è successo, anche nel cesto della biancheria, o in frigorifero insieme alla spesa appena comprata.
Benedetto o maledetto il giorno, in cui siamo caduti in questa dipendenza? Ormai, non solo chiamate o messaggi. Con il cellulare compriamo e paghiamo, monitoriamo la salute, leggiamo libri o giornali; dizionari ed enciclopedie sono a portata di click. Inganniamo il tempo giocando, fotografando, connettendoci con il mondo intero. Ascoltiamo musica, vediamo film.
No, io amo davvero tutto questo: mi servo della tecnologia, la uso con facilità, mi viene istintivo farlo. Pare che mi illumini nei reparti di telefonia, di informatica o come si usa ora, Digital-Smart Life. Proprio come nelle librerie. Non sono in contraddizione, comunque portano a soddisfare le mie curiosità, sono propedeutici alla conoscenza
Smartphone, ora e non piů cellulare, smartwhatch al posto dell'orologio.
Sono cresciuta con i grossi telefoni neri, appesi al muro, allora della società STIPEL, poi SIP con gli apparecchi a disco. Era il tempo in cui per avere una linea in casa, si poteva attendere due anni, meno se si accettava il duplex, in condivisione con un vicino: imbarazzante. Ho vissuto i posti telefonici pubblici, le cabine nei bar con i pesanti elenchi telefonici, piene di scritte, di appunti, con pagine strappate, ci si potevano scrivere storie: lì, si prenotavano le chiamate, per fare una Interurbana, era necessario passare dai centralini, perché i prefissi sarebbero nati solo negli anni 70.
In borsa, nello zaino, obbligatori un po' di gettoni telefonici da usare nelle cabine, diffusissime, ma mai abbastanza. C'era chi si trastullava con il "ti amo, ma tu quanto mi ami?" e in attesa gente che sbuffava e faceva con le mani il gesto di tagliare, lo stesso che usava mo padre, quando ero al telefono nella sua camera e non in soggiorno, alla ricerca di una minima privacy
Ritorno agli anni in cui mi sono trovata per lavoro nelle zone industriali milanesi, o con una neonata in un alloggio provvisorio, sprovvisto di telefono, da sola, nella periferia chiavarese. Si erano create situazioni decisamente spiacevoli e il ricordo di dover correre a cercare un telefono pubblico , mi fa riprovare tutto il disagio, anche fisico di allora. Si stava meglio, quando si stava peggio, sento dire: no, non è vero. Eravamo solo più giovani, tutto lì
Vennero i tempi dei primi telefoni mobili, tavolette enormi, poi per contro, dei piccoli gioielli a conchiglia, da tenere in borsetta, in uso solo messaggi e chiamate. Ne ho cambiati tanti, ne ho scambiati con mio marito, legato sentimentalmente a vita al glorioso Black Berry, ho variato piattaforme e gestori. Ne ho rotti, persi, fatti cadere nell'acqua. Sopravvive in uno dei miei cassetti, l'iconico indistruttibile NOKIA di mia mamma, ormai soggetto di meme divertenti
Onore allo smartphone, dunque. Grata delle infinite possibilità che mi offre. Lo uso, non mi faccio abusare. Ho imparato che qualsiasi sia la macchina, sarò sempre io a doverla guidare.
Spesso, dunque, è in modalità silenziosa, please don't disturb me.
Quando è sera, tutto deve entrare in mood onirico, dove Il silenzio diventa libertà e la connessione è solo con me stessa
Il resto, al domani.