MARTEDÌ GRASSO, OSSIA DEL CARNEVALE
Martedì Grasso
Una giornata che, per molte di noi ragazze di un tempo, si trasformava in un vero e proprio incubo. Tutto iniziava con l’eccitazione dei preparativi: costumi cuciti a mano, trucchi sbarazzini, e la promessa di una giornata all’insegna del divertimento, ma dietro l’angolo, si nascondeva la paura e la fuga dalle bande di ragazzini scalmanati. Armati di clave di plastica, spesso imbottite di carta bagnata, questi piccoli “bulletti” si scatenavano per le strade, pronti a dare il via a veri e propri agguati. Con il silenzio di adulti distratti, sembrava quasi che avessero il “permesso” di divertirsi a proprio modo, mentre dietro quelle risate si nascondeva una vera violenza. Era un Carnevale degli anni ’60, dove forse, tra un colpo e l’altro, si cercava di approcciare l’altro sesso. Una sorta di minestrone freudiano, se vogliamo essere clementi. Non lo sono, però.
Avevo 13 anni, un ragazzotto, non un bambino, mi lanciò un petardo, bruciando il mio cappotto nuovo di zecca. In compagnia di una compagna e di sua mamma, mi ritrovai a dover affrontare non solo il danno materiale, ma anche la rabbia di dover sentire il coadiutore dell’oratorio chiedere clemenza per il ragazzo, giustificando il suo gesto con la provenienza da una famiglia disagiata. Papà, lasciò perdere, il cappotto alla fine, divenne una giacca. Rimasero bruciacchiati anche gli stivali. Danno e beffa
Peccato, perché hanno fatto storia quei costumi creati con indumenti di recupero, le guance dipinte di rosso e i baffi improvvisati con turaccioli anneriti. Non c’era bisogno dei cosplayer odierni. I nostri eroi? Zorro, ricreato con poco, una mantella nera cucita a mano, o i classici cow-boy e indiani, sempre pronti a dar vita a battaglie epiche in stile americano. Fatine e damine, zingarelle con tamburelli e i grandi foulard delle nonne. Qualche Pierrot, tristissimo. La vita reale veniva esasperata, ridicolizzata, per strappare una risata e, talvolta, ci riuscivamo
Oggi, guardando i carri allegorici che attraversano le strade, sento che qualcosa è rimasto: sicuramente la voglia di divertirsi, di far ridere i bambini, con un po' di magia. Non è il moderno cosplay, ma l'antica voglia di indossare qualcosa di diverso, di essere altro per qualche ora. Per fortuna, oggi, tra i colori e i coriandoli, non ci sono più clave di gomma pronte a colpire; al più le bombolette con le stelle filanti gommose e appiccicosamente innocue.
Dopo decenni, due anni fa, un po' per scherzo, un po' per scommessa, sono diventata Mary Poppins. Bombetta nera e ombrello, una borsa trovata fra le tante mie, che sembrava fatta apposta. Va beh, le borse delle donne, sono una via di mezzo fra quella di Mary P. e le tasche di Eta Beta, di disneyana memoria. Sinceramente, mi sono sentita terribilmente fuori luogo e vado di citazione: fuori tempo e fuori di testa.
Meglio rimanere nei ricordi, come quello delle frittelle, che vedeva tutta la famiglia impegnata nella produzione, ognuno con uno specifico compito in una sorta di catena di montaggio. Fabbrica, la cucina di mio nonno, con il solito divertente vociare lombardo-veneto, le mani e i visi imbiancati dallo zucchero a velo e quei dolci nastri fritti che si scioglievano in bocca.
Ritrovo fra i miei mille appunti, scritti e lasciati ovunque, un bell'aforisma di Jean Cocteau: "Nel gioco delle maschere, il viso riposa, e l'anima si diverte" . Mi piace
Buon martedì di Carnevale, se vi va
- Domani è il mardi Gras
- Allora?
- Mercoledì, le ceneri. Presto, quest'anno
- Ah, io ho la Commissione e alla sera sono in Associazione
- Si, va beh, amen
A qualcuno, non interessa, pare