La giovinezza non ha bisogno di motivi per correre, ha solo bisogno di vento
Due ragazzine attraversano la strada. Di corsa. Indossano leggings, magliette cortissime e hanno i capelli lunghi svolazzanti: ridono fra loro, con quelle risate che si possono fare solo a quell'età. Trasmettono gioia solo a guardarle. Sono ferma in auto; le osservo e sorrido anch'io.
Amavo correre.
Con quel dolore al fianco che toglieva il fiato.
Correvo, come se non fossi stata in grado di camminare diversamente.
Correvo e non pensavo a nulla, non mi accorgevo di niente. Ero sola con me stessa.
Spesso il vecchio N.H., don P., con la sua aria austera ma gentile, curvo su se stesso e con abiti che sembravano uscire da un camerino di teatro, mi schivava sul vecchio corso e mi rimproverava: «Le signorine non devono correre. La tua mamma ti veste elegante e tu corri? Non si fa». Lo ripeteva come un mantra, e io continuavo a correre e saltellare nei miei abitini inamidati, aggirando le persone e gli inevitabili ostacoli della strada.
Ero da sola, perché quelli erano anni in cui a scuola non si andava accompagnati; ci si assumeva anche l'incombenza di piccole commissioni per i familiari o per i vicini.
La via, il vecchio corso, era sempre la stessa: la mia, quella in cui mi sono sempre sentita al sicuro non appena l'imboccavo. Tanti negozi vi si affacciavano, uno a fianco all'altro. Una salumeria che era un antro profumato, la grande drogheria, l'oreficeria elegante, la tabaccheria dei genitori della mia compagna di scuola – dove mi capitava di osservare affascinata i vecchi scegliere i sigari toscani facendone scricchiolare le foglie –, le mercerie, la cartoleria. C'erano le belle vetrine della confetteria e persino quella di una piccola modista: erano ancora gli anni in cui ci si facevano fare i cappellini, i fascinator, i tamburelli, le fasce fermacapelli. Credo persino che si noleggiassero i cappelli per gli eventi e per i matrimoni. E poi il fiorista, il fruttivendolo... Conoscevo tutti e tutti mi conoscevano.
Correvo fra volti familiari, fra voci che mi rincorrevano e mi chiamavano. Mi fermavo e poi riprendevo, saltellando.
Correvo tra mille profumi: quello del pane appena sfornato o dei polli che rosolavano nello spiedo messo all'aperto.
Una via che era davvero casa.
Dove correre era un gioco, anche se gli abitini inamidati graffiavano le gambe e le fasce per trattenere i capelli davano fastidio.
Ero felice, forse, ma non ne ero consapevole.
O forse, la felicità era proprio poter correre nell'inconsapevolezza.
Perché il bello dell'infanzia è che si è felici senza saperlo; il bello del ricordo è averlo finalmente capito.
Commenti
Posta un commento