OGGI

Gli aneddoti materni sulla mia nascita si sono sprecati: iniziava a nevicare, ma mai ci si sarebbe aspettati una cosa simile, era il 56. Nonno e zia arrivati con la bicicletta dopo due giorni a trovarci, rimasero bloccati da quella nevicata e comunque per nascere ci ho messo troppo che già praticamente entrava nel decimo mese, caso enciclopedico proprio. Persino la suocera che la assisteva, pur abituata a far figli, piangeva con lei. Vero che era rimasta orfana da pochi giorni e quindi il mio arrivo benedetto dallo stesso nome di nonna. Poi tutti quei capelli neri in una neonata: neri? Sì, poi si sono schiariti, certo. E le sopracciglia di più. Un orrore quindi. Poi il battesimo nel paese paterno, dove era andata a passare la "quarantina", ma tutti vittime di un'epidemia influenzale mai vista. Una sfiga unica la mia nascita, a raccontarla, ma a dirlo si rischiava una sberla ma e per contro la risata paterna. Chissà cosa c'era in quel fonte battesimale poi, visti i risultati, brontolavano

Sono passati 70 anni. Una vecchia canzone ricorda la grande nevicata, da qualche parte ho ancora la partecipazione della mia nascita, con il nome scritto male a creare una parabola burocratica e non, senza fine.
Sono passati 70 anni, attraversando tante vite. In ognuna ho lasciato pezzi di me, accumulando piccole e grandi cicatrici.
C'è la bambina graziosa, con le trecce, le gonne inamidate, i guantini, il cappello di paglia di Firenze  e le corse sfrenate da maschiaccio. Poi la ragazza con i jeans e il tascapane militare, il viso del Che disegnato ovunque, che non disdegnava le minigonne, fra manifestazioni e le dolci poesie di Prevert. Ancora la giovane donna con i tacchi fra un lavoro e l'altro e una mamma con le ballerine a rincorrere i primi passi della figlia sul lungomare chiavarese. La signora in abito da sera e quella in pantaloni mimetici, in un dualismo di adattabilità tecnica.
Ho percorso strade diverse, in città da scoprire, da amare, da detestare. Sono partita e ritornata
Ho attraversato le mie vite, intrecciando storie, sfiorando affetti, amori, amicizie, piccole e grandi delusioni, dolori lancinanti e attimi di intensa felicità, tante lacrime e un po' di sane risate, con i miei libri ad aiutare nei momenti più bui. Ho ferito, sono stata ferita
Mi sono persa, ritrovata, rimessa insieme.
Confesso che ho vissuto: rubo la frase a Pablo Neruda, titolo della sua autobiografia
Ora, continuo l'avventura, con l'età che porta a iniziare un nuovo decennio.
La mia casa attuale, ha tante scale, acquistata dopo che si era detto che la si voleva tutta su un piano, ma questa sembrava chiamarmi, forse mi aspettava. Ecco la metafora della mia vita: continuo a fare scale, mi alleno, un giorno di corsa e un'altra arrancando, in un su e giù quotidiano
Finché vorrò o finché potrò, perché come diceva Oscar Wilde "la tragedia della vecchiaia non è che si è vecchi, ma che si è giovani"

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