Strade


​Sono nata in una grossa borgata della profonda pianura padana, diventata poi una piccola città. La casa in cui sono cresciuta, nel cuore del centro storico, aveva le finestre che si affacciavano proprio sulla via principale.
​Ricordo che mio papà aveva fatto mettere delle sbarre in ferro battuto: servivano a evitare che mia sorella, una vera peste, rischiasse di cadere. Per questo anche per me, che ero ancora una bambina, non era così facile affacciarsi. Mi sporgevo un po' e da lì vedevo il mondo. Un piccolo mondo antico.
​Erano gli anni in cui ancora "ci si dava la voce", e di richiami la via era sempre piena. Dal balcone della signorile palazzina di fronte, la bella signora bionda confidava a mia mamma i piccoli affanni della notte. Poco più in là, dalla latteria usciva la simpatica signora Wilma: braccia incrociate, la battuta pronta, si fermava sulla porta a scambiare due parole (a dì la sua, in pura lingua madre) con la moglie del barbiere, che ribatteva dall'altro lato della strada. Non mancava mai la sempre elegante proprietaria della "Boutique" – un nome che rendeva bene l'idea di ricercatezza, in un paese piuttosto semplice.
​Al gruppo si univa lo spiritoso titolare della nuova autoscuola, mentre sul marciapiede si formava la fila delle persone in attesa del medico condotto o della pedicure, anche loro dirimpettai di strada. Arrivavano inevitabili i rumori delle chiacchiere più varie, i saluti dei conoscenti, un semplice muoversi delle mani, un ciao e un sorriso. Lì accanto, a fianco alle mie, c'erano le finestre del nonno. Si affacciava mia zia per una parola; passava il loro medico e a voce alta avvisava di preparare il caffè, che sarebbe salito un attimo, anche due.
​A metà mattina, il profumo del pane fresco che usciva dal forno si confondeva con quello dei polli allo spiedo della rosticceria, facendo viaggiare l'appetito. Era un tratto del "corso", come era chiamato un tempo, che racchiudeva un microcosmo come solo nei piccoli centri degli anni Sessanta poteva esistere.
​Nelle tiepide sere primaverili era bellissimo sporgersi a guardare in fondo alla via, verso la stazione, prima che arrivasse il perentorio "chiudi" di mia madre perché, lo ammetto, amavo osservare e scrutare la strada anche nelle giornate più fredde. Cercavo con gli occhi mio padre che tornava dal lavoro, spesso ironicamente a braccetto con le colleghe in mezzo alla folla dei pendolari. Lo seguivo con lo sguardo, sapendo che si sarebbe fermato a salutare il barbiere e magari l'orefice, che proprio lì sotto aveva la sua piccola bottega.
​Più avanti negli anni, da quelle stesse finestre e con gli occhi ormai un po' addormentati, avrei cercato l'arrivo del mio ragazzo che rientrava tardi dall'università dopo una giornata di lavoro. C'era giusto il tempo per scambiarci un saluto veloce e un bacio rubato. Un istante di affetto.
​Già: quelle finestre sulla via...
Ora è tutto cambiato. Non è rimasto più nessuno. Un altro mondo, altri mondi hanno preso piede.
​Dalle finestre che furono di mio nonno, ogni tanto un cartonato di Lenin – sì, proprio lui, Vladimir Il'ič Ul'janov – sembra affacciarsi a salutare: è di un amico, che si diverte a fargli vedere il nostro nuovo vivere.
​Cerco di non passare troppo per quella strada. Non ci riesco, sono troppe le voci che mancano. Faccio in fretta, saluto al volo chi c'è e penso a mio nonno che però, ne sono sicura, avrebbe sorriso, esclamando il suo stupito: "Orca l'oca!"
​La mia vecchia via, sul tracciato dei miei percorsi 

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