Bagagli pesanti e passi di montagna
Alla fine sono partita. Con il solito carico di bagagli: jeans, magliette, calzoncini corti per le mie minime sedute elioterapiche sotto l'enorme ombrellone – e chissenefrega della mia veneranda età e dei difetti. Sono comunque in mezzo al nulla e le gambe hanno quel sufficiente minimo di melanina necessario.
Tanta spesa, fra i bagagli, che qui a giugno si trova poco. Poi le cose portate in città e che ora fanno il loro ritorno in montagna. Chissà perché, poi.
Ho un sogno da sempre: prendere uno zaino con due cambi, un libro e nulla più e andarmene a zonzo, proprio come i protagonisti di Tre uomini in barca. Con l'unica differenza che il ginocchio della lavandaia, io, ce l'ho per davvero. Invece no, non riesco. Ho sempre troppo con me. Come una tartaruga che ha la sua casa in spalla.
Appena arrivo sullo spiazzo davanti al cancello, realizzo quanto lavoro ci sarà da fare. È passato il giardiniere per le cose urgenti, le siepi sono gigantesche e verranno potate a breve, ma ormai sono passate due settimane e in montagna in pochi giorni ricresce il mondo: la natura prende il sopravvento alla "Cà dal Vent". È un unico grande red carpet, grazie ai semi alati degli abeti che ci circondano. Qui in Appennino è tutto un'abetaia, anche a ridosso delle case. Lo scrivono bene Loriano Macchiavelli (non Niccolò!) e il Maestrone Guccini nei loro romanzi appenninici, quelli con il Poiana o con Santovito.
Semi alati, dunque: due sacchi e almeno il cortile riprende forma, mentre in casa raccolgo così tanto pelo di husky da poterne fare un altro. Amo i cani di mia figlia, mi diverte il loro comportamento e il loro modo di "parlare": gli husky non abbaiano, emettono suoni ben articolati, modulando le tonalità. Quando la terrier abbaia, la guardano con disappunto e Hope la sgrida proprio, dandole anche una zampata. Perché abbaiare?, pare dirle. Hanno un magnifico pelo i fabulous five, ma lo lasciano ovunque: bidone aspiratutto e Folletto, con loro, fanno gli straordinari.
Casa pulita e in ordine. Mi congratulo con me stessa. La osservo e penso a quanto abbia amato questo buen retiro. Mi ha coccolato nel lungo periodo del lockdown e concesso lunghe tregue dal caldo padano. Ci ho vissuto per mesi, senza alcuna voglia di scendere in città.
Ora? Non tutto è per sempre. Forse è arrivato il momento di lasciare. La fatica di gestire il grande giardino rischia di inimicarmelo, e non voglio. Un giardino che adoro, costruito un pezzo alla volta su un terrazzamento arido e curato nel corso degli anni: dal nulla ai grandi prunus rossi, alle ortensie, al glicine che chiude gli accessi con il suo fiorire, fino agli scalini e ai percorsi studiati ad arte.
Bisognerà scegliere, e una volta tanto vorrei che le decisioni si prendessero da sole. Ogni scelta si porta dietro i suoi "però", lo so. Ma intanto, tra un pensiero e l'altro, ho di nuovo riempito la casa, pulito il cortile e svuotato il Folletto. Forse non imparerò mai a viaggiare leggera, né con lo zaino in spalla, né con il cuore.