​Il Giardino Ritrovato: Tra Memoria e Cura


​Seduta in giardino, il sole calante di fronte a me: è tiepido, lontano dall'arsura del pomeriggio. Questo fine aprile regala giornate quasi estive, ma mi costringe a una clausura precoce, a uscite rapide e "coperture tattiche": ora più che mai, e per i mesi a venire, il sole mi è vietato. In autunno mi aspetta un nuovo step, seppur di minichirurgia; maledette le conseguenze della radiodermite.
​Eppure, mi godo il profumo intenso che arriva dai giardini vicini. Non distinguo perfettamente ogni essenza, ma la nota dominante sembra quella del gelsomino, anche se non riesco a vederlo. Poco oltre svettano le robinie: crescono selvatiche sulle rovine di un vecchio convento. Su quei frammenti di mura, che chissà come restano in piedi, fioriscono i papaveri. Trovo tutto incredibilmente bello: il papavero fiore emblema di questo periodo, quei mille papaveri rossi
​Tra profumi che stordiscono e Vecchioni in cuffia, osservo il mio prato. È stato trattato con il diserbante, ma resistono i denti di leone: continuano a ruggire, liberando i propri semi nel vento. Ogni tanto ne colgo uno e soffio, in un ritorno infantile. Ci sono ancora tante margherite, ormai quasi chiuse; mi riportano ai "m'ama o non m'ama" della prima adolescenza. Ogni fiore è un ricordo.
​i due aceri sono nel pieno dello splendore e l’ulivo, dopo i drastici interventi dello scorso anno, ha recuperato tutta la sua bellezza. Mia figlia racconta di aver acquistato la sua casa perché innamorata dell'enorme salice nel suo giardino; io mi chiedo se questo ulivo abbia giocato lo stesso ruolo per la mia.
​Il mio giardino non è bello in questi giorni. Ci sono gli spazi vuoti dove c'era un'isola di arbusti, la cornice di tufo è da ripulire, il prato a chiazze. Angoli coperti dai teli da pacciamatura e, ancora in auto, 50 kg di sassi di Carrara appena acquistati per la lunga aiuola. Da domani si riparte con i lavori e le nuove piante. Avrò finalmente anche la nandina dalle bacche rosse.
​Rifletto sul fatto che, una volta sistemato questo fazzoletto cittadino, dovrò iniziare con quello più problematico in montagna: per fortuna, lassù la fioritura arriva con oltre un mese di ritardo rispetto alla pianura. Vorrei avere in città il mio amato, grande glicine — così infestante e qui precluso — e le mie mille ortensie.
​Isi sta rincorrendo una gazza (ne abbiamo molte qui intorno) che si era posata sul cespuglio di rose. Un paio sono già sbocciate, le altre sono ancora piccoli boccioli: continueranno a fiorire fino all'autunno inoltrato.
​Pulisco, spazzo i vialetti e mi rilasso. Ho capito che farlo nei momenti crudi, rabbiosi, mi rasserena. Lo faccio anche se sono stanca, perché è una cura, esattamente come la musica che ascolto. Ora le cuffie cantano:
​"Sbocciano i fiori sbocciano
E danno tutto quel che hanno in libertà
Donano non si interessano
Di ricompense e tutto quello che verrà
Mormora la gente mormora
Falla tacere praticando l'allegria
Giocano a dadi gli uomini
Resta sul tavolo un avanzo di magia..."
​Sì, le mie tasche sono piene di sassi. Ma sono sassi di Carrara, pronti a diventare bellezza.





Non è facile avere un bel giardino: è difficile come governare un regno. Ci si deve risolvere ad amare anche le imperfezioni, altrimenti ci si illude.” Herman Hesse 


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