IL PUZZLE DEI LUOGHI PERDUTI
I luoghi
Mi accorgo che mancano cose alla mia vita. No, non parlo di un paio di scarpe o di un abito – anche se magari capita che li cerchi e realizzi di non sapere dove siano finiti. Mi mancano le cose delle città dove ho vissuto. I viali, le strade, i palazzi, i parchi: è questo che manca.
Ho insistito tanto, ho discusso molto per tornare qui, convinta che fosse la cosa giusta da fare. Ecco, sto ancora cercando di capire se lo fosse davvero.
Della città ducale mi mancano i grandi viali alberati che, partendo da casa, mi portavano in Sant’Agostino, al Palazzo dei Musei, al vecchio Ospedale Estense. Percorro mentalmente Via Emilia Centro fino ad arrivare a Largo Farini e al Palazzo Ducale. Rivedo le librerie, la Giunti e la Feltrinelli, dove mi infrattavo alla ricerca delle ultime novità o di qualche perla sfuggita. E poi le piazzette misconosciute, le strade piccole e deserte con i portici, dove sentivo risuonare i miei passi e dove Winston prima, e Isi poi, facevano il loro personale "shopping olfattivo". Mi mancano le storiche facoltà negli antichi edifici e quel certo odore di muffa che aleggiava inevitabilmente nelle giornate più cupe. Penso a Corso Canalchiaro, quel salotto rinascimentale di cui conoscevo ogni singola, lucida pietra dei lunghi portici. Cose quotidiane, fino a tre anni fa.
Ora, quando esco, sembra non piacermi nulla. Provo un rifiuto sistematico, quasi fisico, per la città che mi ha visto crescere: la città dei cinque campanili, che pur ho amata
Geografie dell'anima
Rifletto. Dai quattordici anni in poi, la mia vita è stata Milano. Scuola e lavoro; e se anche la casa era nella Bassa, la realtà mi legava indissolubilmente alla metropoli. Dai 14 ai 26 anni, quando nel giro di un nulla mi ritrovai catapultata in Liguria: una bimba di un anno, un appartamento provvisorio a casa del diavolo e un marito altrettanto giovane che iniziava la sua carriera. Io ero sempre sola, ma avevo una città di mare da scoprire.
Abituata a cavarmela in ogni situazione e a muovermi in totale libertà fin da ragazzina, non mi pesava attraversare quel nuovo mondo in lungo e in largo. Ne scoprivo gli anfratti spingendo il passeggino lungo i viali costeggiati da belle ville aristocratiche, nei carugi dai mille profumi o sullo storico lungomare.
Ho macinato chilometri con il golfo negli occhi, il profumo di salmastro nelle narici e il rumore delle mareggiate nelle orecchie. Ho amato il maestrale che spesso mi sferzava il viso mentre risalivo faticosamente la strada che dal mare mi riportava verso casa – la galleria del vento, la chiamavamo. Ora mi ricorda il Mistral dei luoghi dell'anima.
A volte prendevo un autobus che fermava lì vicino e lo usavo per spostarmi in centro. Era un giro assurdo, perché in realtà eravamo vicinissime e a piedi ci avrei messo pochi minuti; ma se la cosa divertiva la piccola, a me ricordava la vita frenetica che avevo lasciato a Milano.
Il ritorno e l'assenza
Oggi il mio sguardo corre alla ricerca di qualcosa che non trova più. Di cose che sono scomparse, o di quelle che ci sono ancora, identiche a come le avevo lasciate, ma che sembrano aver perso l'anima. O forse sono io: consapevole di appartenere comunque a queste strade, ma non più sicura che loro appartengano a me.
Rimangono le voci amiche – quelle che conosco e che mi conoscono – a interrompere, pur se brevemente, la nostalgia di ciò che manca. Un puzzle di sentimenti nascosto tra strade, viali, palazzi e parchi.
"Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via".
— Cesare Pavese, La luna e i falò
Ho un luogo di appartenenza, dunque. Sono partita, ho esplorato e alla fine sono tornata. Ma avrò sempre nostalgia. E, dentro, la voglia di partire ancora.
Foto web_credit agli autori
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